Nostalgia

Guardando il tramonto,

contemplando i vecchi tempi,

quando la semplicità era genuina,

quando chi adesso non c’è più,

prima c’era,

quando era tutto più vero e cristallino come

l’acqua che riflette il cielo e il luccichio

del sole,

quando ancora non esistevano catene virtuali,

quando la gente comunicava faccia a faccia,

quando il postino portava lettere spedite

settimane addietro,

quando andavi al parco e osservavi le margherite,

bellissimi fiori,

tappeto di fiori.

Io mi fiondo su di esso,

con lo sguardo verso l’alto,

ripensando i vecchi tempi,

una lacrima scende,

ripensando te.

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Federica Montagna

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Illusioni d’autunno

Premessa: chi è andato a vedere Crimson Peak, sarà sicuramente rimasto affascinato dal dialogo tra le due protagoniste principali Edith e Lucille, di cui parlano di farfalle e falene, sedute in un grande parco, in una stagione tipicamente autunnale. Da qui mi sono ispirata a scrivere questo breve racconto d’autunno, ispirato proprio da quest’ultimo, dando un’ interpretazione personale…

12063608_768237386620260_2819516069871451292_n - Copia
Edith e Lucille in una scena di “Crimson Peak”

Il sole era alto e i raggi illuminavano i luoghi più reconditi e nascosti della aperta campagna. Le foglie degli alberi assumevano colori caldi e lussureggianti, con tinte rosse, gialle, arancioni e verdi. A prima vista, sembrava di osservare tante farfalle variopinte appoggiate sui rami spogli in autunno, che in gruppo danzavano, come trasportate da un leggero soffio di vento. Man mano che ci si avvicinava, si poteva constatare con occhi propri che esse non erano altro che foglie secche e cadenti, i colori erano più scuri, marce come un frutto lasciato maturare per troppo tempo, di cui i colori sbiadiscono e il giallo della della buccia di banana si tramuta in color nero come il petrolio. Anche il terreno su cui si cammina, era coperto da foglie, per lo più marroncine o giallastre. Non erano esenti, dal cadere, purtroppo, neanche quelle foglie che qualche giorno prima stavano attaccate sui rami, illuminate dal sole e assumendo tinte sgargianti. Ora, a terra, non rimaneva altro che un cimitero di foglie, una sopra l’altra, non riflettevano più la luce del sole, solo le ombre degli alberi da cui sono cadute. Non possedevano più quei colori autunnali e vivaci, illusori o ingannevoli, tanto da illudere che potessero essere delle farfalle. I contorni delle foglie davano un’altra immagine più inquietante e allo stesso tempo terrificante: da farfalle, si erano trasformate in falene nere, insetti amanti dell’ombra. Ma non abbiate paura, perché è tutta una falsa visione che ho voluto dare io stessa riguardo alle foglie in autunno.

Federica Montagna

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Lost

Il cielo era limpido quel giorno e il caldo era afoso. Solo le palme che si affacciavano sulla spiaggia davano un attimo di refrigerio con le loro ombre. Man mano che si andava nell’entroterra, una fitta foresta ricca di vegetazione e di rocce predominava ed erano presenti alcune tende dove all’interno vi abitavano delle famiglie. Sembrava di entrare in un villaggio di una tribù primitiva. Tuttavia pareva una giornata tranquilla, come le altre d’altronde, sebbene le giornate trascorrevano lentamente. Avete presente le lumache quando strisciano? Così erano le calde e pesanti giornate in quell’angolo di terra che tutti abbiamo sognato almeno una volta di andarci con l’immaginazione. Quella terra di cui sto parlando era un’isola. Ignoravo assolutamente quale isola fosse, a quale stato appartenesse e da quale oceano fosse bagnata. In quello stesso giorno, ero andata a trovare una famiglia in una tenda non molto lontana dalla spiaggia, situata lungo la strada, alle porte della foresta e vedevo i ragazzini in bicicletta andare verso la spiaggia. Com’era possibile che gli abitanti dell’isola ne avessero una? Anch’io possedevo una bicicletta e, dopo aver salutato la famiglia, decisi di andare per conto mio in spiaggia, seguita da un altro gruppo di ragazzini. La strada era dritta e una volta superato il breve tratto della foresta, mi si apriva davanti agli occhi un panorama paradisiaco. La spiaggia di cui i granelli sembravano polvere magica di fata, le palme piegate dal lungo tronco, davano quel tocco di esotico all’isola ed infine il mare piatto e cristallino su cui rifletteva la luce del sole, trasmettevano un’apparente pace dei sensi. Mentre osservavo l’orizzonte, fui assalita da una profonda inquietudine ed ebbi una crisi interiore che portò a generare nella mia mente pensieri del tipo “Questa isola esiste realmente? Chissà se prima o poi qualcuno ci noterà… E se fossimo in un’altra dimensione?”, immaginando un ipotetico piano di fuga per andare via per sempre da quel posto dimenticato da Dio. L’unica certezza che avevo, era che in quell’isola eravamo dei superstiti di un possibile incidente aereo e che col tempo siamo sopravvissuti grazie all’unione delle forze di tutti quanti noi e anche grazie alla collaborazione. Col passare dei giorni ci siamo adattati in quell’isola, costruendo una piccola civiltà ritornando alle origini, cacciando e pescando come i nostri antenati. Nessuno era venuto a salvarci e penso che ormai non faremo più ritorno nelle nostre case. La nostra casa ormai era l’isola e noi eravamo lost, persi nell’ignoto.

Federica Montagna

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La siepe di rose

Aurora non poteva desiderare di meglio dalla vita. Occhi azzurri come un cielo limpido d’estate, sguardo innocente, viso roseo e capelli lunghi biondi che al tramonto diventavano oro, ne facevano di lei il ritratto di un angelo puro e intoccabile. Passeggiava insieme alla sua madrina (Aurora era stata affidata) e consorte ed era sempre un passo dietro di loro, pronta a scappare via alla prima occasione. Nonostante la sua tenera età, la fanciulla aveva già sviluppato un’indole vivace e difficile da gestire. Si poteva definire uno spirito libero. Amava perlustrare i posti più nascosti che si trovavano nella tenuta, le piaceva nascondersi nelle stalle, entrava nella depandance abbandonata di qualche ex lavoratore dei signori e spesso si introfulava nella sacrestia della piccola chiesetta di famiglia, anche perché non c’era nessuno e vi si celebravano solo cerimonie importanti o vi si andava a pregare. Era tardo pomeriggio quando i signori avevano deciso di passeggiare nel giardino della loro tenuta con la bambina e, come al solito, Aurora era intenzionata ad allontanarsi di corsa come una volpe, da un momento all’altro. Le era venuto in mente di scappare verso le depandance della servitù che si trovavano dietro la villa dove, vicino ad una di esse, c’era una fontana e poco più a destra era situata una lunga siepe di rose aggrovigliate tra loro. Erano di tanti colori diversi, poiché la contessa amava quei fiori, e variavano dal rosa pallido al rosa scuro, dal viola al blu e vi erano presenti anche delle rose bianche in mezzo al groviglio. Alla bambina le era stato proibito di andarci da sola perché era una delle tante siepi che segnavano il confine della tenuta e, si sa, le rose hanno le spine e la bambina rischiava di essere punta da quest’ultime. Aurora fece dei piccoli passi, accertandosi che nei paraggi non ci fosse nessuno e si avvicinò alla siepe variopinta e ne osservò i colori e le sfumature di essi. Poche volte era passata di lì con la madrina e, sebbene fossero sempre di fretta, la bambina non riuscì mai ad avere il tempo di osservare con attenzione quei particolari che contraddistinguevano questa siepe dalle altre. Non poteva credere che le rosse potessero avere altri colori! Non aveva mai visto delle rose colorate prima d’ora! Ha sempre creduto che le rose fossero solo di colore rosso ma, adesso che era vicinissima alla siepe, poteva cogliere le tante sfumature che questo fiore possedeva. Era estasiata di aver scoperto il piccolo segreto che riguardava le rose, di cui lei ancora non conosceva. Adorava il loro profumo e pian piano si avvicinò con il suo piccolo nasino per odorarle. Non aveva mai sentito quel profumo, un profumo che in lei trasmetteva pace e tranquillità ed era incantata da questo spettacolo che la natura offriva. I morbidi boccoli scendevano dolcemente giù e coprivano quel visino candido mentre annusava i fiori. Poi si accorse di alcune rose bianche e ne fu sorpresa! Sembravano rose di carta su cui potervici dipingere. Le veniva spontaneo chiudere gli occhi mentre le odorava e immaginarsi il profumo come qualcosa di magico. Desiderava tanto staccare una rosa per poterla regalare alla sua madrina, ma si punse <<Ahi!>> esclamò <<Questa rosa mi ha punto! Volevo fare un regalo alla mia mamma! Ieri l’ho fatta arrabbiare, ma poi abbiamo fatto pace subito!>>, disse singhiozzando, ma ben presto si rassegnò e, a malincuore, lasciò perdere questa idea. Le avrebbe voluto regalare una rosa bianca. Dentro di lei era amareggiata dal fatto che dei fiori così incantevoli da guardare e così buoni da odorare, avessero delle spine e guardava quella rosa con aria di sfida, colpevole di averle fatto male. Nel frattempo, il sole stava calando e in lontananza si sentivano voci che continuavano incessantemente a chiamarla. <<Aurora! Aurora dove sei?>> gridò il padre. <<Dove ti sei nascosta?>> gridò la madre. La bambina sentì le urla e rispose <<Sono qui! Sto guardando le rose!>> Arrivò per prima una serva, seguita poi dalla madrina. <<Ti abbiamo cercato per tanto tempo e non ti trovavamo più! Credevamo ti fossi persa o fossi scappata fuori dalla tenuta! Perché non hai risposto?>> Aurora spiegò che si era fermata ad osservare le rose colorate e che avrebbe voluto regalare una rosa alla madrina. <<Madre, volevo regalarvi una rosa bianca bellissima, però mi sono punta al dito!>> <<Aurora! Quante volte ti ho detto che le rose per quanto belle possono essere, pungono?>> La madrina prese per mano la figliola e si avviarono verso la villa. Aurora si voltò per un attimo in direzione della siepe e sorrise, anche se quel sorriso in realtà nascondeva qualcosa di misterioso. Era più un sorriso soddisfatto che un semplice sorriso di una fanciulla spensierata. Il cielo si scurì e ormai era ora di cena. In quella siepe qualcosa era chiaramente accaduto. La rosa bianca che la bambina avrebbe voluto regalare alla madre, diventò improvvisamente nera.

Federica Montagna

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Sogni fuggenti…anzi, fuggiti

C’è chi insegue le persone. Io inseguo i sogni (mancava poco che fossi denunciata per stalking! XD). Sin da piccola, ho sempre inseguito sogni impossibili. Andavo (e vado ancora) a periodi. Ai tempi delle elementari, dicevo che sarei diventata un’attrice famosa e immaginavo di recitare nei film, così tutti mi avrebbero notata e mi avrebbero chiesto l’autografo. Poi abbandonai l’idea, anche se trovavo somiglianze con alcune attrici famose, tra cui Catherine Zeta Jones perché aveva il colore degli occhi e dei capelli uguali ai miei. Non vorrei ricordare male, però desideravo andare anche sulla Luna. Peccato che neanche quel sogno si è concretizzato. Il mondo ha perso l’occasione di veder sbarcare la prima donna sulla Luna. Quanto avrei voluto lasciare un’impronta come Neil Amstrong (da non confondersi con il musicista blues Louis Amstrong) e piantare la bandiera dell’Italia lassù. O, chissà, magari avrei potuto vivere per sempre là e piantare una rosa come il Piccolo Principe! piccoloprinciperosaIl tempo passava e i miei sogni continuavano a mutare. Si affacciava sempre di più l’idea del sogno americano e di andare a visitare l’America, specialmente New York, nonostante in realtà questo sogno sia sempre stato e tutt’ora continua ardere dentro di me. E’ sicuramente uno dei pochi sogni che non è mutato nel corso degli anni ed è rimasto intatto. 5429c32b425f183f61bf7316_new-york-city-skylineHo sempre amato la musica straniera, ovviamente adoravo i cantanti americani, e il genere che prediligevo era il pop o l’R&B. Mi piaceva ascoltare quella musica, perché mi faceva sentire un po’ americana e ancora adoro quel genere. Tra tanti cantanti che mi piaceva ascoltare, c’era anche Beyoncé. Ero solita ad immaginarmi bella come lei e magari incontrarla un giorno! Amavo troppo le sue canzoni e i suoi video. tumblr_mr34s9bnbe1sbq2uso1_500Contemporaneamente, iniziava a piacermi anche Angelina Jolie e uno dei primi film che vidi fu “Mr & Mrs Smith”(ciaone proprio! *-*). Cioè, tanta roba! Vogliamo parlare anche di Brad Pitt? E qui un altro ciaone ci sta! Era la coppia perfetta! In tutto questo c’era il mio sogno americano a fare scenografia. Passavano altri anni e, Lady Gaga e Buddy Valastro (“Il Boss Delle Torte”, per intenderci), erano i miei nuovi sogni. Di Lady Gaga amavo la sua musica e la sua eccentricità. Dio solo sa quanti anni ho desiderato incontrarla! Sarei andata contro il mondo intero pur di essere abbracciata da lei, anche solo per un secondo! La stessa cosa per Buddy. Amavo le sue torte e amavo anche la sua famiglia. Sia Lady Gaga e sia Buddy, sono entrambi personaggi italo americani che, nel bene o nel male, sono riusciti a conquistare il pubblico per i loro mestieri “fuori dal comune”. Allo stesso tempo, la  passione per Lady Gaga, mi fece avvicinare al mondo della musica, in particolare al pianoforte. Premetto che io ho sempre amato la musica in generale , ma grazie a lei, decisi di imbattermi su quella strada. pianoforteCosì presi alcune lezioni di pianoforte, credendo, illudendomi, per la millesima volta, che un giorno sarei diventata qualcuno, come accadde per i sogni precedenti, ed ero quasi convinta di intraprendere una carriera musicale pari a quella di Lady Gaga! Che illusa che ero! Avevo troppi grilli per la testa (altro che emozioni di “Inside Out”, ahahahah!!!). Alla fine abbandonai anche il sogno di diventare musicista. Ah, dimenticavo! Prima ancora di intraprendere la strada della musica, ho frequentato per cinque mesi un corso di Hip Hop (meglio tardi che mai!), ma anche a quel sogno gli ho dovuto dire addio per via della mia goffaggine e per il fatto che non andassi mai a tempo. Un altro sogno di cui non avevo parlato ancora in precedenza, era quello di cantare! Naturalmente, si tratta dell’ennesimo sogno impossibile, ma a differenza di altri, non l’ho mai iniziato. Se vogliamo completare tutto il quadretto, posso aggiungervi che io, amante di soap opera, ho sempre immaginato di visitare i posti dove vengono girate e conoscere gli attori. Mai dire mai. Il fatto è che ai tempi delle medie, amavo così tanto una telenovela, che mi sarebbe piaciuto visitare il paesino italiano dove hanno girato alcune scene. Pensavo fosse un posto inventato, ma quando scoprii che esisteva davvero, ero molto felice ed è diventato un po’ come una seconda New York per me, nel senso che ho ancora il desiderio di visitare quel paesino sperduto. La principessa sognatrice era disposta andare contro il suo stesso destino pur di realizzare i suoi sogni. Andava sempre in giro armata di spada per lottare contro chi la ostacolava. Durante il cammino, si immaginava come un’eroina che aveva sconfitto il drago e, una volta ritornata nel suo regno, veniva acclamata e applaudita dal suo popolo. Era uno dei tanti sogni ad occhi aperti che lei faceva quando riposava sotto un albero, con addosso la mantella e la spada in mano, illudendosi di andare a combattere il nemico. Potrei essere l’esempio vivente di una che nonostante tutto, non ha rinunciato di sognare e, sebbene io sia una specie di Don Chisciotte, non rinuncerò mai a rincorrerli (come Scrat di “Madagascar che non rinuncia di rincorrere la sua ghianda, anche se quando ce l’ha tra le mani, sfugge sempre via). scrat-ice-age-e1372795601329

Quali sono i miei attuali sogni? Adesso ho cominciato a scrivere su questo blog, ma visto le esperienze precedenti, cercherò di non costruirmi castelli immaginari e di non volare troppo in alto con la fantasia. Di recente, ho pensato di iscrivermi anche ad un corso di teatro (il mio sogno di attrice non è mai svanito del tutto) e, per concludere, rimane quel sogno che, come ho già detto prima, è rimasto sempre uguale nel corso degli anni: andare in America e visitare New York. Vi starete chiedendo se ho mai pensato di abitare in America. Certo! E’ il mio sogno! Ok, sto iniziando già a costruirmi castelli immaginari XD. Molti mi chiedono come andrò a vivere là senza lavoro e senza soldi e, sapete qual è la mia risposta?

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“Ma sono giapponese!”

Federica Montagna

Il bambino nel bosco

Ero immersa nell’oscurità della notte. Mi ero persa nel tragitto che mi portava verso casa. Il panico si stava impossessando di me, non capivo più nulla. A malapena intravedevo le stelle. I grossi e folti rami degli alberi non permettevano di guardare cosa ci fosse oltre. Sembrava che il tempo si fosse fermato, anche se ero io quella immobile. Il mio mantello nero si confondeva con il colore del cielo e, nel frattempo, sentii sfiorare un brivido di non so cosa. Non era un brivido di freddo. Sembrava più che altro un leggero solletico che mi accarezzava tutte le braccia, come se qualcuno mi stesse sfiorando con una foglia. Non vedevo l’ora che arrivasse l’alba per poter sfuggire per sempre da questo incubo. Era davvero un incubo? Era davvero frutto della mia immaginazione? Eppure era tutto così reale. Poco dopo non sentìì più nulla sfiorare le mie braccia. “Sarà stato un lieve venticello”, pensai. Non finìì di concludere il mio pensiero che subito qualcosa tornò a sfiorarmi, non solo le braccia, ma questa volta tutto il corpo. A quel punto presi davvero paura e fuggìì a gambe levate. Una voce in lontananza mi pregò di non fuggire. “Una voce? Ma se non c’era anima viva!” La voce sembrava quella di un bambino. “Cosa ci fa un bambino nel bosco nel cuore della notte?” Rabrividìì all’idea che il bambino stesse trascorrendo la notte solo in un posto del genere, per dì più oscuro e pieno di pericoli! Così, senza pensarci nemmeno un secondo, tornai indietro. Da quel poco che riuscìì a scorgere, notai che il bambino era vestito di stracci e non aveva nulla addosso che lo potesse proteggere dal freddo. Il suo sguardo sembrava implorarmi di portarlo con sé. Lo capii dai suoi grandi occhi azzurri umidi (intuii il colore degli occhi poiché anche io ho lo stesso colore e nel buio sembrano diventare grigi). Le lacrime non finivano di scendergli giù dalle guance. Lo consolai tenendolo stretto a me, ma ancora una volta sentìì qualcosa sfiorarmi. Mi voltai e non vidi nulla, finché non guardai in basso e vidi un gatto. Il bambino era da solo e aveva con sé il suo gatto. Il cielo sembrava non schiarirsi mai, se poi ci mettiamo anche gli alberi. Tutto sembrava più scuro ma potevo vedere le ombre del gatto e del bambino. Presi finalmente la situazione in mano e gli chiesi: “Come si chiama il tuo gatto?” Lui, ancora con gli occhi piene di lacrime, mi rispose con una vocina bassa “John”. Mise un broncio sulle labbra. “E i tuoi genitori, dove sono?” Ti sei perso, tesoro?” Lui si voltò verso di me, rabbioso e sofferente come se avessi toccato un tasto doloroso, una cicatrice ancora aperta. All’inizio cercò di evitare quella domanda, poi notò che sotto il mantello portavo una gemma. Era la gemma del vestito che indossavo, ma per lui forse era come la bacchetta magica delle fate e rimase colpito da quell’oggetto di valore. “Cos’è questa? E’ la pietra magica?” Io gli sorrisi, mi faceva tenerezza. “Sì, è una gemma e con questa riusciremo a trovare la strada che ci porterà verso a casa.” Gli occhi del bambino non furono più bagnati e all’improvviso si illuminarono di gioia. “Wow! Una pietra magica che ci porterà a casa, avete detto? Forte!” La sua gioia sparì di colpo dalla sua faccia. Stava per tornare il bambino triste che avevo conosciuto poco prima. “Cosa c’è, piccolo? Perché di tutto d’un tratto sei tornato così triste?” Questa volta ero certa che mi avrebbe risposto. “I miei genitori non mi sopportavano! Non mi volevano più! Dicevano che io ero troppo monello! E poi davano la colpa a me perché erano poveri e non potevano sfamare anche il gatto. Oggi mi hanno detto che mi portavano a giocare al parco! Io ero felicissimo perché era la prima volta che ci andavo! Mi hanno detto di portare anche John! Poi mi lasciarono qua, dicendomi di non muovermi e di aspettare finché loro non sarebbero tornati a prendermi! Però dopo diventò tutto buio e non c’era nessuno. Piangevo, urlavo! Volevo la mamma e il papà! Avevo paura di stare solo perché non volevo che gli orchi cattivi o i lupi mi venissero a mangiare! Nessuno era più venuto a portarmi a casa”. Pianse ancora e io lo abbracciai molto forte, stretto a me e lo rassicurai che da adesso in poi non sarebbe stato più solo. “Tu adesso verrai con me, amore mio. Nessuno ti lascerà più solo. Vivrai con me per sempre e ti darò tutto ciò di cui hai bisogno! Non temere. Vivrai come un principino. Imparerai a leggere, a scrivere e a suonare. Ti darò i vestiti più belli del mondo. Non soffrirai più di fame. E chissà, conoscerai anche nuovi amici!” “Che bello! Evviva! Finalmente vivrò in una casa grandissima dove c’è tutto! Posso portare anche John?” Lo guardai stupita: “Ma certo che puoi portarlo!” Sai, piccolo! Anche io ho sempre desiderato di avere un gatto ma nessuno me lo ha voluto comprare. Ma in compenso ho avuto un bellissimo cane per tanti anni. Era molto giocherellone e non finiva mai di farmi le feste!” Il bambino era contentissimo e i suoi occhi tornarono a brillare più di prima. Ancora non poteva credere di aver trovato qualcuno che lo avrebbe accudito. Alla fine decidemmo di imboccare la strada per casa e inaspettatamente la mia gemma si illuminò! Allora è magica davvero! Il bambino aveva ragione! “La spilla magica si è illuminata, signorina! Adesso non possiamo più perderci nel buio!” Come non dargli ragione. Lo presi per mano, gli misi addosso il mio mantello e ci incamminammo. “Oggi organizzerò una festa per te! Ti piace la torta di cioccolato?” Noi due, tre con il gatto, ci allontanammo per sempre dal bosco, lasciando l’oscurità dietro alle spalle, mentre davanti a noi vedemmo le prime luci dell’alba e il sole sorgere. Finalmente, un po’ di luce! 

Federica Montagna

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Mai, mai più!

Sono veramente stufa di vedere il modo in cui finiscono alcune fiction. Ho notato che adesso va molto in voga il finale aperto e fin qui può anche andare. Quello che mi lascia perplessa è il fatto di dover allungare il brodo ai telespettatori, lasciandoli in sospeso per chissà quanto tempo! E’ davvero necessaria una seconda serie o stagione? Dovete per forza torturare il vostro pubblico gettandoli nello sconforto, vagando come anime in pena nel dubbio? Dove sono finite le favole di una volta in cui tutti vissero per sempre felici e contenti? A quanto pare questo connubio non sembra più funzionare. Una volta il nemico veniva sconfitto definitivamente, ma ai giorni nostri, le favole sono cambiate, sempre più vicine alla realtà, dove il cattivo ha la meglio su tutti e il buono è sopraffatto dalle sue congiure. Il nemico è fondamentale anche per la storia in sé, poiché la maggior parte delle volte è lui a prendere le redini della situazione. Ah, quanto mi mancano le favole in cui il buono si ribellava al nemico e alla fine lo sconfiggeva! A questo punto, io tornerei a guardarmi le vecchie videocassette della Disney! Mai, mai più guardare un telefilm con il finale più aperto della finestra di casa mia! Se sto scrivendo ciò e perché ho seguito una fiction che si chiama “Grand Hotel”, un hotel in cui all’interno si celano segreti nascosti e un susseguirsi di omicidi misteriosi. E’ un genere che a me personalmente appassiona, in particolare se sono in costume d’epoca e con un pizzico di mistero che ruota intorno alla trama. La batosta, però, arriva con l’ultima puntata. Pensavo, anzi, speravo, che alcuni nodi cruciali della trama si fossero sciolti e che si sarebbe conclusa con il classico finale da favola, quando in realtà non erano altro che il preludio di un seguito che rivedremo chissà quando! Hanno lasciato tutto sotto sopra! Non si è sciolta neanche una delle tante questioni sospese! La protagonista si sposa per ripicca, il protagonista arriva troppo tardi per impedire le nozze, proprio per colpa del neo marito di lei che lo aveva fatto arrestare ingiustamente e, infine, un altro protagonista importante viene folgorato da una lampadina e cade dalle scale, seminando l’ennesimo dubbio sulla sua sorte (ma che cazz(o)???). Io, veramente, ero sul punto di esplodere (come Tina che lascia lo studio di “Uomini e Donne”) e avevo un nervoso dentro di me. tumblr_mx33eigltr1semvgoo1_400

Non ho mai visto un finale così brutto, nemmeno nei film più scadenti, come quelli che trasmettono per colmare il vuoto durante il periodo estivo. Sono rimasta di stucco! Non riuscivo a farmene una ragione e nella mia mente (e non solo), continuavo a ripetere: “Non doveva finire in questo modo! Che schifo di finale è questo?”

Poi, per consolarmi, ho guardato un piccolo video di un finale di un’altra fiction che mi piacque molto,”La dama velata”. Non immaginate che sollievo ebbi guardare quel video in cui tutti i personaggi erano tornati davvero a vivere felici e contenti, esattamente come nelle favole (e come volevo io)! Sentivo quasi nostalgia dei vecchi tempi, quando, almeno nella fantasia, il bene trionfava sempre sul male.

Grazie al cavolo! Quello sì che era un finale, IL FINALE, chiuso (con i controcazzi vorrei aggiungere)! Nell’ultima puntata, infatti, la protagonista creduta morta, ritorna sotto le mentite spoglie per vendicarsi di tutte le persone che le avevano fatto del male, in particolare la zia. Quest’ultima l’aveva rinchiusa in un manicomio, dopo averle somministrato continuamente degli intrugli che fecero precipitare la protagonista in uno stato di depressione, tant’è vero che fu presa per pazza da tutti, cosicchè venne rinchiusa in un manicomio.  Successivamente fu creduta morta da tutti, dopo che lei riuscì a fuggire dalla struttura e non la trovarono. Cosa fa la protagonista quando ritorna? Si vendica della zia, facendole credere di essere ritornata sotto forma di uno spettro, fino a che non divenne pazza e fu rinchiusa anche lei nel manicomio e, infine, scagiona il marito innocente. In poche parole, il nemico è stato sconfitto e i nodi sono stati sciolti. La famiglia è più riunita che mai e tutti si riuniscono per festeggiare insieme. Insomma vorrei concludere, dicendo che la differenza tra le due fiction sta nel finale. Se il finale è chiuso, si potrebbe benissimo aprire un capitolo a sé stante su uno dei personaggi, oppure se è aperto, la storia continua verso l’infinito e oltre, tirando per le lunghe. Ecco. Io preferisco un finale semichiuso del tipo “Il principe e la principessa vissero per sempre felici e contenti, ma, nel frattempo nel palazzo di cristallo, il loro erede scopre di possedere dei poteri paranormali e ghiaccia il cane di famiglia.” Ovviamente il seguito parlerà del figlio, dell’origine dei suoi poteri e se il povero cane verrà scongelato. XD E voi, cari amici, preferite un finale aperto o chiuso? Amate la suspence? Adesso devo andare. Il mondo ha bisogno di me! Devo sconfiggere il drago e impugnare la mia spada laser, prima che distrugga il mio umile borgo! 

Me vs il drago
Me vs il drago

P.S.: se proprio volete scrivere un finale che continui, scrivete un finale dove si chiude un cerchio con i primi protagonisti per poi riaprirsi con altri personaggi, o meglio ancora, con nuovi personaggi che abbiano in qualche modo un filo conduttore con i primi protagonisti.

Federica Montagna